Mounir Fatmi | Decostruzione di dogmi per eliminare preconcetti

Mounir Fatmi, The Lost Springs, 2011

Mounir Fatmi nasce in Marocco e dal 1989 vive e lavora in Francia. Nel suo studio di Parigi lavora sulla creazione di installazioni basate su giochi linguistici che vogliono portare lo spettatore a liberarsi da preconcetti.

Le sue opere fanno emergere paure e desideri.

Dopo aver vissuto la sua infanzia a Casablanca si trasferisce in Italia, a Roma, dove si iscrive alla Scuola Libera del Nudo all’Accademia di Belle arti. Partecipa a diverse residenze artistiche e a premi di livello internazionale. Trasferitosi a Parigi per una residenza prosegue l’approfondimento su argomenti di attualità per offrire uno sguardo diverso sul mondo.

Mounir Fatmi, Maximum Sensation, 2010
Mounir Fatmi, Maximum Sensation, 2010

Mounir Fatmi fornisce una narrazione cruda e talvolta scomoda al mondo. Impiega spesso macchinari tecnologicamente obsoleti, suoni ambientali e immagini irreali. Le collezioni di cavi, macchine fotocopiatrici e nastri video dimostrano un contesto di consumismo dilagante e la collisione tra l’Oriente e l’Occidente, così come le tradizioni antiche e la modernizzazione globale diffusa.

Mounir Fatmi, The Impossible Union, 2011
Mounir Fatmi, The Impossible Union, 2011

È cresciuto in un paese in cui c’è una proibizione contro la creazione di immagini secondo la religione musulmana e dove tradizionalmente, l’opera segue i tre pilastri del disegno islamico: simmetria, ripetizione e ritmo. Racconta in un’intervista che gli unici oggetti culturali nella sua casa d’infanzia erano un versetto calligrafico del Corano in una cornice e in un’altra una fotografia in bianco e nero del re del Marocco. L’unico libro era il Corano. Parla di come fosse difficile recuperare un dizionario e di come fosse comune non trovare la parola che interessava tradurre per le tante pagine strappate. Così giustifica la sua attenzione verso il significato delle parole.

Un’arte fatta di protesta visiva

Uno dei progetti più famosi di Fatmi fu “Save Manhattan“, installazioni fatta di diversi materiali, che riproducevano lo skyline dell’isola di Manhattan, tra cui le torri del World Trade Center. Save Manhattan 1 fu fatto con i libri, il 2 con videocassette, il 3 fu un’istallazione sonora fatta di altoparlanti. L’ultimo contributo a questo progetto, invece, fu un video, dove lo skyline si dissolve progressivamente in un riflesso distorto e liquefatto di se stesso.

Mounir Fatmi, Save Manhattan 01, 2004
Mounir Fatmi, Save Manhattan 01, 2004

La sua ricerca lo porta alla profanazione di oggetti religiosi, alla decostruzione di dogmi e delle ideologie. Da una posizione di esilio si relaziona in modo critico sia nei confronti della sua cultura natale sia verso la politica globale, delineando una mappatura delle diverse manifestazioni del potere e della violenza. Il suo video Bad connection (2005) gioca su alcuni clichè dell’immagine contemporanea legata al Medio Oriente la cintura esplosiva, i prigionieri incappucciati e torturati, i bagliori notturni delle esplosioni rimettendo però continuamente in discussione il significato precostituito di ciò che viene esposto allo sguardo: tra suono e immagine non c’è infatti corrispondenza e l’ambiguità della rappresentazione conduce a nuove possibili letture.

 

Mounir Fatmi, Bad connection, 2005
Mounir Fatmi, Bad connection, 2005

 

Mounir Fatmi, Between the Lines, 2010
Mounir Fatmi, Between the Lines, 2010
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